LA RIQUALIFICAZIONE EDILIZIA DEGLI APPENNINI E’ UNA RICCHEZZA CHE FRONTEGGIA I CAMBIAMENTI CLIMATICI, LO SPOPOLAMENTO E PROTEGGE GLI ECOSISTEMI

riqualificazione degli appennini

Gli Appennini sono una catena montuosa meno elevata e più antica delle Alpi. È lunga circa 1500 km e larga da 30 a 250 km; attraversa tutta la penisola italiana da nord a sud. Sono il sistema resistente che regola lo sviluppo della
penisola italiana
. La loro dorsale, spartiacque fra Adriatico e Tirreno, è una lunga linea continua che percorre longitudinalmente il territorio italiano, dalla quale si snodano in serie i crinali verso le coste.

Sono costituiti per lo più da rocce sedimentarie particolarmente soggette all’erosione delle acque dei fiiumi. Questa caratteristica, unita al disboscamento massiccio e al fatto che la fascia appenninica si trova in una zona geologica in continuo assestamento, rende frequenti fenomeni come terremoti, smottamenti, bradisismo ed eruzioni vulcaniche.

Intervenire nella riqualificazione di questi luoghi è un contributo strepitoso alla riduzione dell’’impatto climatico, frena la perdita della biodiversità e favorisce lo sviluppo sostenibile , usufruendo delle opportunità offerte dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Agevolare la nascita di comunità energetiche, l’utilizzo a fini turistici, la rinascita di culture del passato, con arti e mestieri quasi scomparsi favorendo l’economia circolare è una operazione delicata, che non può essere improvvisata o ragionata senza la concertazione di tanti fattori.

La valutazione del suolo, le caratteristiche architettoniche degli aggregati urbani, oltre al clima sono fonfamentali per approcciare progetti, che da una parte contribuiscono a decongestionare le affollate città, dall’altro rivitalizza una economia straordinaria, che diventa anche risorsa, salute e benessere per tutti.

L’Appennino settentrionale, vicino all’area padana, ha inverni freddi ed estati fresche con precipitazioni distribuite in tutto l’anno e nevose durante l’inverno, ma in genere solo oltre 1000 metri, l’Appennino centrale presenta un clima simile all’Appennino settentrionale. Solo nel tratto abruzzese, data la lontananza dal mare e la maggiore altitudine delle montagne, gli inverni sono più rigidi. L’Appennino meridionale, invece, presenta inverni brevi e miti ed estati lunghe e calde. Questa analisi porta a pensare ad una riqualificazione, che oltre ad essere adatta al clima, deve rispettare i luoghi e far uso di materiali locali, riducendo le colate di cemento e la produzione dell’anidride carbonica, di cui l’edilizia è responsabile del 39%.

Si dovrà puntare ad una edilizia comunitaria e non ad una riqualificazione anonima, che comunichi con la natura e la positività che essa ha sull’uomo, tenendo conto gli studi numerosi in tal senso. L’edilizia che abbraccia l’ambiente circostante e lo sposa, riduce molte malattie comprese quelle “moderne”, come la depressione, l’ansia, disturbi psichici in genere, che sono diventate una spesa economica importante per l’intero Paese, con una riduzione della qualità della vita delle persone.

Occorre puntare ad una edilizia che risponde agli standard della vita contemporanea, con la buona gestione del suolo, legato agli allagamenti, frane, inquinamento. Questo significa analizzare i territori che ancora costituiscono una struttura “resistente”, tendenzialmente conservativa, modificabile solo in tempi lunghi e a seguito di processi profondi. Risulta necessario ritornare ad una vita rispettosa delle logiche naturali e l’edilizia deve tenerne conto, permettendo all’Appennino e ai territori montani di giocare un ruolo decisivo per il raggiungimento degli obiettivi globali ed europei al 2030.

I moduli base degli edifici, che si trovano nelle zone di montagna sono spesso costituiti da muri perimetrali in pietra e la struttura a travi in legno, di quercia o castagno, che si poggia su di essi. Lo spazio creato è quasi sempre suddiviso su due piani: uno inferiore utilizzato come stalla o laboratorio e quello superiore come abitazione, spesso caratterizzata anche dalla presenza di un sottotetto. A questa conformazione si corredano una serie di elementi che la rendono performante alla funzione e all’adattamento morfologico. L’edilizia spontanea in questi luoghi ha anche un carattere strettamente economico: l’intero sistema delle risorse è volto ad utilizzare e mantenere il minor numero possibile di elementi, secondo una strategia che prevede che anche lo studio degli ampliamenti avvenga il minor numero possibile di volte. Alla base di tutto ciò vi è quindi una mentalità estremamente pragmatica, che sfrutta le risorse in modo logico ed efficace,riducendo al minimo gli sprechi e le azioni compositive. Su queste logiche si impronta la nuova concezione del ri-abiatre i luoghi lasciati per troppo tempo al proprio destino.

Per ripopolare questi territori, occorre riattivare la rete di presistenze abbandonate, fornendo la possibilità di attuare una serie di piccole funzioni, per innestare nuove comunità, con nuove esigenze. Vi può essere uno sviluppo comunitario lineare, seguendo le linee di spartiacque (ad esempio una serie di rifugi), uno sviluppo comunitario locale (ad esempio legato alle diverse fasi di lavorazione di un prodotto) o uno sviluppo comunitario puntuale (ad esempio centri di controllo territoriale). I nuovi inserimenti dovranno garantire la possibilità di immettere una funzione caratteristica, così come una funzione di piccola abitazione e residenza, garantendo l’insediamento stanziario. Il nuovo strumento territoriale, ripensando i processi storici, dovrà quindi essere un elemento di innesto puntuale, modulare e adattabile, che possa seguire lo sviluppo funzionale nel tempo delle nuove comunità insediate e che rispetti la coerenza paesaggistica e la presistenza.

Dovrà costituirsi una nuova realtà edilizia, che comunica con il territorio senza stravolgerlo, il suolo dovrà essere valutato, impedendo dissesti che possono costituire un pericolo per la collettività.

Gli spazi definiti dall’inserimento del nucleo sono delle nuove spazialità all’interno del territorio. L’apertura di grandi vetrate e le creazione di spazi aperti interni permette la permeabilità massima fra esterno ed interno e la luce naturale che arriva all’interno degli edifici apporta molteplici benefici alle persone. La luce naturale è necessaria alla produzione di vitamina D. Il 90% della vitamina D presente nell’organismo, infatti, viene prodotto in seguito all’esposizione ai raggi ultravioletti. Ecco perché è chiamata anche “vitamina del sole“. La luce naturale regola il ritmo circadiano, protegge il cuore, favorisce lo stato di benessere.

La ventilazione naturale degli ambienti progettata secondo le logiche tecniche guidate dal vento, in cui le differenze di pressione tra un lato dell’edificio e l’altro aspirano l’aria sul lato ad alta pressione e la tirano fuori sul lato a bassa pressione, permetteranno di avere ambienti sani, senza l’insorgere di umidità e muffa, che sono problematiche anch’esse per la salute.

La distribuzione secondo uno spazio aperto per altezze differenti permette poi di creare nel percorso un carattere esplorativo dell’edificio. In questo modo è possibile offrire nuovi sguardi non solo sul paesaggio, ma anche sulle rovine stesse, che diventano un oggetto da scoprire ed esplorare, un legame con il passato e la storia dei luoghi.
Le rovine stesse concorrono poi a ritmare gli spazi interni, dove il passaggio fra l’uno e l’altro è a volte permesso dal nucleo o dal rudere, creando un alternanza sempre nuova. Partendo dalle linee di forza del territorio si possono ipotizzare dei cicli di riconquista del territorio stesso. Riabitare le zone montane significa scommettere su innovazione e sostenibilità,  dimostrare le potenzialità dei territori, mettendo a sistema al meglio le risorse locali in un’ottica di green communities, puntando sulla crescita delle comunità energetiche e al 100% di agricoltura e allevamento biologico, incrementando la gestione forestale sostenibile e la certificazione delle filiere boschive e sostenendo il turismo attivo e sostenibile. Così sarà possibile rimodellare l’economia a misura d’uomo, riscoprendo la bellezza diffusa e migliorando la salute di tutti. Saranno i progettisti qualificati ad interagire con altre figure professionali per rimodellare gli insediamenti.

Inoltre per tutelare gli ecosistemi, tante iniziative sono già partite, tra gli esempi più virtuosi il progetto Wolfnet per la tutela del lupo che ha permesso di realizzare una rete per la conservazione della specie a scala appenninica, il caso emblematico del camoscio appenninico (progetti Life Conservazione di Rupicapra pyrenaica ornata e Life Coornata) specie non più a rischio di estinzione grazie al lavoro che negli ultimi 20 anni hanno svolto i Parchi dell’appennino centrale; e ancora il progetto Life Floranet che ha attivato azioni strategiche di tutela per sette specie floristiche dell’appennino centrale a rischio di estinzione, il progetto Life Streams per la tutela della trota mediterranea; e ancora l’attenzione per le comunità locali con il progetto Alleva la Speranza, raccolta fondi organizzata da Legambiente ed Enel, che ha permesso di dare sostegno delle aziende agricole e zootecniche e alle piccole imprese turistiche dell’appennino centrale messe in ginocchio dal sisma e dall’emergenza COVID –19. Si tratta di iniziative di tutela e valorizzazione di specie appenniniche, e di sostegno per la comunità locale, che hanno preso avvio grazie alla Convenzione degli Appennini che conteneva già queste sollecitazioni insieme ad altre legate alla valorizzazione delle reti ecologiche e dei cammini che hanno portato ai riconoscimenti Unesco per le Faggete vetuste, la transumanza e l’arte dei muretti a secco che interessano il sistema appenninico.

Si riparte con la tutela della natura, che garantisce il benessere di tutti, sia sotto il profilo della salute, che di una nuova economia, capace di rimettere l’uomo al centro dei processi produttivi.




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